tratto da BellaFactory Focus n.4 – Novembre 2016

Il Piano presentato dal Ministro Carlo Calenda ha i numeri e l’approvazione di molti sia per gli aspetti innovativi che perché è la giusta direzione che l’Italia delle aziende attendeva da anni.

Il Ministro Carlo Calenda ha sottolineato che «è una sfida culturale, politica oltre che economica perché nel piano c’è dentro la fiducia nelle imprese», «siete voi a scegliere come e dove, noi vi mettiamo a disposizione gli strumenti, l’altro pezzo di strada lo dovete fare voi»

Il Piano italiano Industria 4.0.

“La rivoluzione delle rivoluzioni”, come l’ha definita il Prof. Marco Taisch del Politecnico di Milano il 21 settembre 2016 alla presentazione del Piano Industria 4.0 presso la sala delle Colonne del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano – data in cui la quarta rivoluzione industriale arriva “ufficialmente” anche in Italia.

Dopo quasi sei mesi di lavori, il Ministro dell’Economia Carlo Calenda e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi hanno annunciato il Piano Industria 4.0 ovvero la versione italiana del piano d’azione per la quarta rivoluzione industriale.

Le attese erano alte, altissime. Le previsioni del PIL di quei giorni lo esigevano. Il 21 settembre 2016 sarà ricordata come una data fondamentale per l’Industria e il manifatturiero italiano anche e soprattutto perché, come molti hanno commentato, torna in Italia un vero piano di Politica Industriale assente da anni.

 

Le misure più importanti previste.

Prima di tutto i numeri, i giorni successivi alla presentazione i giornali hanno titolato con i numeri più diversi. Per fare chiarezza, ecco la slide che riassume gli investimenti pubblici e privati che verranno investiti, come sono ripartiti e in quanti anni.

Nel 2017 il governo intende mobilitare investimenti privati per 10 miliardi di euro in più (passando da 80 a 90 miliardi), a questo si aggiunge un incremento di 11,3 miliardi di spesa privata per la ricerca, sviluppo e innovazione oltre a 2,6 miliardi di risorse per progetti early stage negli anni 2017-2020.

Il piano Industria 4.0 può essere riassunto in tre direttrici fondamentali:

  • incentivi fiscali finalizzati al recupero in produttività;
  • fondi per le migliori università nell’ambito della manifattura innovativa (le eccellenze individuate dal governo sono i Politecnici di Milano, Torino, Bari, la Scuola Superiore di Sant’Anna di Pisa e l’Università di Bologna);
  • potenziamento dell’infrastruttura di comunicazione e quindi ciò significa banda ultralarga (6,7 miliardi stanziati per le imprese).

 

Oltre a questo, sono stati confermati e potenziati alcuni strumenti come il nuovo iper-ammortamento al 250%, la proroga per un anno delle agevolazioni per gli ammortamenti con aliquota al 140%, altri interventi riguardano le start up, come la detrazione fiscale al 30% per investimenti fino a un milione. É inoltre previsto l’intervento della Cassa Depositi Prestiti a sostegno di acceleratori per il tema dei brevetti.

Dal nostro punto di vista non c’è dubbio che le azioni che risulteranno più efficaci, sono, da un lato, il rafforzamento della detassazione del salario di produttività (1,3 miliardi tra il 2017 e il 2020), mediante la quale incentivare la contrattazione di secondo livello e rendere le aziende e i dipendenti partecipi degli stessi obiettivi e dall’altro lato la formazione del capitale umano. Infatti, l’industria evoluta, risultato di questa rivoluzione, si baserà oltre che su impianti super digitalizzati anche sulla trasformazione del lavoro alla cui base c’è la formazione del capitale umano e il coinvolgimento dei lavoratori passando per uno scambio tra salario e produttività.

 

Formazione di adeguate skills, innovazione continua e partership tra pubblico e privato.

Skills. L’uso di tecnologie sempre più avanzate all’interno delle produzioni richiede abilità e conoscenze sempre maggiori. A fianco delle imprese un ruolo fondamentale lo avranno quindi le università che avranno l’obiettivo di formare i lavoratori della nuova era industriale, sviluppare tecnologie e progetti di ricerca sui temi di Industria 4.0. L’investimento in competenze è l’unico modo per far sì che nuove tecnologie non comportino unicamente un calo degli occupati ma una vera trasformazione del lavoro che anzi, con aumenti di produttività possa portare ad una crescita della domanda e quindi di occupazione.

Il governo, in tal senso, si pone come obiettivo quello di avere 200 mila studenti e 3 mila manager specializzati sui temi dell’Industria 4.0, raddoppiando il numero degli iscritti agli istituti tecnici superiori focalizzati su queste tematiche. Con il Fondo di Garanzia saranno inoltre ampliati i finanziamenti agli Istituti Tecnici Superiori e ai dottorati sui temi della manifattura digitale.

Innovazione continua e partership tra pubblico e privato. A supporto della trasformazione digitale saranno istituiti, sempre a partire dal 2017, competence center e digital innovation hub nazionali e sei consorzi che si occuperanno dello standard dell’IoT. Di cosa si tratta? I Competence Center possono essere definiti come dei centri di eccellenza per il trasferimento tecnologico tra atenei e mondo dell’impresa, mentre gli innovation hub consentono alle imprese di verificare le possibilità applicative del digitale nella produzione industriale.

A questo si aggiunge la dichiarazione di voler avviare un roadshow di sensibilizzazione lungo tutta la penisola a cui prenderanno parte associazioni, università, aziende testimonial e oltre alle cariche istituzionali. Questo sarà fondamentale perché sarà necessario istruire e coinvolgere le parti sociali affinchè si creino nuove relazioni industriali, non solo ancorate alle realtà aziendali, ma anche alle realtà territoriali così da ottenere una vera partecipazione dei lavoratori, quale ossatura della struttura organizzativa 4.0.

 

Novità positive – La sfida politica e culturale proposta dal ministro Calenda

Calenda ha sottolineato che «è una sfida culturale, politica oltre che economica perché nel piano c’è dentro la fiducia nelle imprese»: in nessuna slide, infatti, c’è scritto dove investire, «siete voi a scegliere come e dove, noi vi mettiamo a disposizione gli strumenti, l’altro pezzo di strada lo dovete fare voi», ha concluso il ministro.

Calenda dà fiducia e sceglie di non scegliere. Questo è un altro elemento di forte distacco dalla vecchia politica italiana.

Gli investimenti saranno quindi automatici, abbandonando così in vecchio concetto di bando, se si investe in tecnologie sbagliate sarà l’impresa a pagarne il prezzo nel futuro in termini di perdita di competitività.

Senza dubbio si tratta di una sfida per gli imprenditori italiani e un vero turning point dove l’Italia della manifattura dovrà capire come migliorare il sistema produttivo negli ultimi anni indebolito dai concorrenti asiatici e dalle loro produzioni low cost mettendosi come obiettivo quello di raggiungere i paesi con produzioni già altamente digitalizzate e high teck. Le basi sono state poste affinchè le nostre fabbriche possano tornare ad essere competitive.

La scelta di non scegliere, come scrive Giorgio Barba Navaretti sulle pagine del Sole 24 Ore, ovvero la decisione del governo di adottare una politica industriale con misure orizzontali per tutti coloro che decidono di fare un determinato tipo di investimenti, fa bene alla politica ma deve essere affiancata da una valutazione non ex post dei risultati. L’efficacia delle scelte deve essere misurata e monitorata fin dall’inizio così da poter valutare l’effetto del piano fin da subito.

 

La geografia dell’Industry 4.0. Tutto inizia in Germania nel 2011.

Il piano è stato ben accolto da tutti, ora la domanda è: saremo in grado di attivarlo in modo tale da recuperare il gap che ci separa dagli altri Paesi? Perché oltre ad essere arrivati tra gli ultimi ad avere un “piano nazionale” abbiamo anche accumulato anni di ritardo rispetto ad esempio alla Germania già all’avanguardia nell’automatizzazione.

 

 

Come si sono mosse le varie economie mondiali?

La Germania nel 2011 ha anticipato tutti, nel 2012 hanno presentato il loro piano sia gli Usa che la Danimarca e a seguire Australia, Belgio (2013), Svezia, Regno Unito, Olanda (2014), Giappone, Corea del Sud, Cina, India, Canada, Francia. Fonte. Sole24ore

Se è vero che dal lato degli investimenti, il piano italiano supera di gran lunga quello paesi vicino a noi è anche vero che non saranno solo i numeri a fare la differenza, ma la sfida più grande riguarda la trasformazione del ruolo del fattore umano nella creazione di valore.

Si pensi, ad esempio, alla Cina. Secondo il recente articolo dello studioso Vivek Wadhwa, Professore alla Carnegie Mellon University Engineering nella Silicon Valley, pubblicato sul Washington Post “Why China won’t own next-generation manufacturing” la Cina sta perdendo “attrattività” da parte sia degli Usa sia dell’Europa. Lo studioso sostiene che nei prossimi 5/10 anni le produzioni manifatturiere torneranno negli Stati Uniti e nei paesi d’origine e l’Industry 4.0 con sistemi di fabbricazione avanzati creerà centinaia di migliaia di posti di lavoro altamente qualificati e altamente remunerativi.

Cosa sta accadendo in Cina? Dopo tre decenni di crescita, il motore produttivo della Cina è in fase di stallo. Con l’aumento dei salari e le agitazioni sindacali, la Cina non è più un luogo attraente per le aziende occidentali dove spostare la loro produzione. Inoltre, la tecnologia ha eliminato il vantaggio del costo del lavoro, per cui le aziende sono alla ricerca di modi per portare il loro “alto valore” di produzione di nuovo negli Stati Uniti e in Europa.

La Cina inizia così ad investire in tecnologia per recuperare il suo vantaggio strategico. La Cina, a maggio 2015, ha lanciato un piano decennale di 150 miliardi di dollari per ammodernare le fabbriche nell’ottica dell’industria 4.0 con la robotica, stampanti 3D ed internet industriale e a luglio 2015 ha lanciato un piano nazionale, chiamato “Internet Plus”, per integrare Internet mobile, il cloud computing, big data e l’Internet delle cose con la produzione moderna. Ma questo servirà? Secondo lo studioso non importa quanto denaro si spende, la Cina semplicemente non può vincere con la produzione di nuova generazione. Primo, perché anche se in Cina si laureano più di 1 milione di ingegneri ogni anno, la qualità della loro educazione è così povera che non sono impiegabili in professioni tecniche. Secondo, la Cina ha costruito la sua posizione dominante nel settore manifatturiero, offrendo sussidi massicci e manodopera a basso costo. Non ha economicamente senso per l’industria americana spedire in tutto il mondo materie prime e componenti elettronici da far assemblare in prodotti finiti da robot cinesi e per poi rispedirli indietro, tale produzione potrebbe essere fatta localmente quasi allo stesso costo.

Non tutte le economie si muovono nella stessa direzione e forse la quarta rivoluzione industriale sta davvero delineando una nuova geografia della produzione manifatturiera.

 

Una definizione ufficiale ancora non esiste, ma cosa si intende quando si parla di Industry 4.0.

Dovremmo poter cominciare con una definizione, ma purtroppo ancora non esiste. Si, perché questa che stiamo vivendo è una fase di transizione, è la prima rivoluzione industriale nella storia di cui si parla prima ancora che avvenga.

Il termine “Industria 4.0” o meglio, l’espressione “Industrie 4.0” è stata usata per la prima volta nel 2011 alla Fiera di Hannover in Germania. A ottobre 2012 un gruppo di lavoro dedicato all’Industria 4.0 presentò al governo federale tedesco una serie di raccomandazioni per la sua implementazione.

Se inizialmente il termine veniva usato quasi come uno slogan per parlare del nuovo modo di produrre, ma senza essere ancora ben definito, nel tempo il significato di ciò che stava e sta accadendo si è delineato sempre di più e il termine Industry 4.0 è diventato a tutti gli effetti il nuovo paradigma della produzione industriale totalmente automatizzata ed interconnessa.

Il tema ha assunto rilevanza mondiale, tanto che quest’anno a Davos (Svizzera) il titolo del World Economic Forum 2016 era “Mastering the Fourth Industrial Revolution”. 

 

Il video proposto dal WEF introduce bene la portata della rivoluzione in atto.

Dopo Davos, guardiamo alla quarta rivoluzione da una prospettiva più ampia, come qualcosa che si respira nell’aria, di cui percepiamo l’arrivo anche se lo stiamo già vivendo.

Klaus Schwab (fondatore e Executive Chairman del World Economic Forum), nel suo libro “The Fourth Industrial Revolution” spiega che ci troviamo all’inizio di una rivoluzione tecnologica che modificherà radicalmente il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarsi gli uni agli altri. La portata e la complessità di questa trasformazione sarà diversa da qualsiasi cosa l’umanità ha mai sperimentato prima.

Se la prima rivoluzione industriale ha usato acqua e vapore per meccanizzare la produzione, la seconda ha usato la potenza elettrica per creare la produzione di massa mentre la terza ha usato l’elettronica e la tecnologia dell’informazione per automatizzare la produzione; ora, invece, la quarta rivoluzione è la rivoluzione del digitale ed è caratterizzata da una fusione di tecnologie che rendono labili i confini tra le sfere fisiche, digitali e biologiche.

Ci sono tre ragioni per cui le trasformazioni di oggi non rappresentano semplicemente un prolungamento della terza rivoluzione industriale, ma piuttosto l’arrivo di una quarta unica e distinta rivoluzione: la velocità, la portata e l’impatto sui sistemi. La velocità delle innovazioni attuali non ha precedenti storici, la sua evoluzione non è lineare ma piuttosto esponenziale oltre al fatto che l’ampiezza e la profondità di questi cambiamenti annunciano la trasformazione di interi sistemi di produzione, gestione e governance.

Il libro di Schwab è una vera e propria chiamata affinchè l’uso di queste tecnologie emergenti venga messo al servizio delle persone. Schwab cita macchine intelligenti e sistemi connessi, le nanotecnologie, le energie rinnovabili, e la computazione quantistica e sostiene che la fusione di tutte queste innovazioni farà la differenza della quarta rivoluzione industriale rispetto alle precedenti. Parla di stampa 3D, auto senza conducente, nuove forme di denaro (ad esempio bitcoin), la robotica, i droni, e le scoperte biologiche. Egli cita anche l’economia della condivisione (ad esempio, AirBnB e Uber) e l’emergere di guerre informatiche.

Per tutti questi motivi, scrive poi, emerge la necessità di quella che definisce una “cooperazione multisettoriale”. Il settore privato, la società civile, e il governo, dovranno lavorare insieme, perché nessun settore può affrontare da solo queste sfide. La quarta rivoluzione industriale muterà gli attuali modelli politici, economici e sociali. Questa rivoluzione richiederà nuove dinamiche tra le persone e i governi, tra aziende e dipendenti, tra superpotenze e paesi più piccoli. In breve, il potere sarà più diffuso e più distribuito.

Cosa accadrà? L’istruzione verrà stravolta e ripensata, e così anche la formazione e lo sviluppo della forza lavoro. La natura del lavoro sta per cambiare e non è chiaro come l’automazione andrà a sostituire il lavoro umano, e quanto velocemente. La domanda che rimane è: come e quale sarà la vera trasformazione del lavoro?

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